La speranza più grande

Il titolo è arrivato per prima, La speranza più grande, perché questo concetto della speranza è contro ogni speranza, in realtà è la speranza dei perduti. E poi il primo capitolo si intitola “la grande speranza”, ovvero la speranza di emigrare, la speranza di una salvezza esterna. Nell’ultimo capitolo questa speranza non c’è più; nel libro questa speranza più grande si spegne sempre più, ma vi è il barlume di un’altra speranza, quello di una speranza interna. E proprio questa è la speranza più grande. (Conversazione tra Ilse Aichinger e Elaine Martin; Der literarische Zaunkönig1/2008, 43)

A seguito della separazione delle gemelle, della guerra che di lì a poco sarebbe scoppiata e della deportazione dei familiari ebrei, la vita della famiglia cambiò per sempre. Mentre Helga tentava di sopravvivere tra gli emigrati a Londra, costruendosi una propria famiglia, Ilse Aichinger, rimasta invece a Vienna, inizia a scrivere per restare vicina alla sorella lontana. Con altri giovani perseguitati iniziò a frequentare i gruppi di studio della bibbia organizzati dalla missione svedese (protestante) nella Seegasse 16, che dopo l’Anschluss offrì il proprio aiuto alle persone in pericolo. Un altro punto di riferimento fu anche la “Hilfsstelle für nichtarische Katholiken” (l’assistenza per i cattolici non ariani), fondata nel 1940 dal Cardinale Innitzer e gestita fino al 1945 dal prete gesuita tedesco Ludger Born nel palazzo arcivescovile. Gli eventi di questi anni, il costante vacillare tra paura e speranza, e il superamento finale della “grande paura” a cui subentrò “una speranza più grande” sono tutti temi che Aichinger elaborerà nel suo primo e unico romanzo, a cui inizierà a lavorare subito dopo la fine della guerra e che sarà pubblicato nel 1948.

Con l’inizio della guerra, il 1° settembre del 1939, svanisce ogni speranza per quanti erano rimasti a Vienna di poter sfuggire agli eventi. Ilse Aichinger inizia a tenere un diario per la sorella che continuerà a scrivere fino al 1942. (Lascito di Helga Michie)

Si capirà che i familiari di Ilse Aichinger erano stati deportati solo perché sulle lettere mancava la loro firma. (Lascito di Helga Michie)

Lascito di Ilse Aichinger (DLA)

Targa di commemorazione per l’ente di assistenza a favore dei cattolici non ariani, attivo dal 1941 al 1945 presso il palazzo arcivescovile in via Wollzeile 2, Vienna, 1° distretto.

Che ci fosse un posto come la piazza dell’Università oppure la piccola costruzione ausiliaria nel secondo cortile dell’arcivescovato: so che per molte persone questo era l’unico indizio, l’indizio ultimo, e sufficiente di quell’altra esistenza. (Kleist, il muschio, i fagiani, 40)

Dattiloscritto “Il sogno della pace. Prima rappresentazione presso il palazzo arcivescovile di Vienna, Natale 1944” (Lascito di Helga Michie). Questa rappresentazione della natività è il primo testo con cui Ilse Aichinger si farà conoscere in pubblico. Parti di questa rappresentazione confluiranno successivamente nel romanzo La speranza più grande.

Dedica della prima edizione del romanzo alla sorella (Lascito di Helga Michie)

 “Il quarto cancello” è il primo testo che Aichinger pubblicherà dopo la fine della guerra (Wiener Kurier 1.9.1945, 3). Anche in questo testo si parlerà del tema della “più grande speranza” che il romanzo svilupperà nel suo complesso.

Helga Michie: Wingspan, litografia, 50×35 cm, 1986 (HM 194/95)

1921-1927 Non si può comprendere il ricordo fino in fondo.

Ilse Aichinger e la sua gemella omozigota Helga nascono il 1° novembre del 1921 a Vienna e vengono battezzate con il rito cattolico.

1927-1938 Una storia di fedeltà

Nell’estate del 1927 i genitori di Aichinger si separano. Arriva il divorzio. Le gemelle tornano a Vienna con la madre, sebbene mantengano ottimi rapporti col padre. Sono tempi difficili.

1938-1945 Gli anni della persecuzione e dell’insicurezza

In Austria, per molte famiglie il Natale del 1938 segnò l’inizio delle persecuzioni e dell’incertezza. Anche noi avevamo dovuto lasciare il nostro appartamento e abitavamo in casa della nonna.

1945-1950 “Tutto inizia con Ilse Aichinger”

Pochi mesi dopo la fine della guerra, il 1° settembre 1945, data in cui ricorreva anche il sesto anniversario dell’inizio della guerra, viene pubblicato un testo di Ilse Aichinger, “Das vierte Tor”.

1950-1953 Raccontare di questi tempi

Grazie all’aiuto economico della casa editrice Fischer Verlag, Aichinger lascia Vienna all’inizio degli anni Cinquanta per trasferirsi a Francoforte…

1953-1963 Dove vivo

Nel 1953 Ilse Aichinger sposa lo scrittore tedesco Günter Eich. La coppia vive in Baviera vicino al confine austriaco, prima a Breitbrunn in Alta Baviera, e – a partire dal 1956 – a Lenggries.

1963-1972 Talpe

Nell’estate del 1963 Aichinger si trasferisce con la sua famiglia in una vecchia casa a Großgmain nel Salisburghese.

1972-1984: Trascinare davanti a sé i tramonti

Anche dopo la morte di Günter Eich, avvenuta nel dicembre del 1972, Ilse Aichinger continuerà a vivere nella casa a Großgmain, dove abiterà insieme a sua madre.

1984-1988 Le parole vanno sempre

Prima di ritornare definitivamente a Vienna, su iniziativa della sua editrice, amica e mecenate Monika Schoeller, Aichinger vive per un periodo di nuovo a Francoforte.

Trasformare la distanza in contatto

Solo in rari momenti è possibile riconoscere i profondi nessi che caratterizzano l’opera delle due sorelle Aichinger, che a partire dalla loro separazione del 1939…

1988-1996 La precisione conterà sempre

Cinquanta anni dopo il cosiddetto “Anschluss” dell’Austria e nel momento clou dell’affare Waldheim, Ilse Aichinger ritorna a Vienna.

1997-2006 “… che ho bisogno di Vienna”. Nel cinema della scomparsa

Aichinger, assidua frequentatrice di cinema e dei caffè letterari, incarna negli anni Novanta lo stereotipo del tipico intellettuale viennese.

2006-2016: La libertà di eclissarsi

Perché «Diario», perché «Scomparire», perché «Flash su una vita»? – Perché per me è importante soprattutto la fugacità.

2016-2021: Felicità, gioventù, speranza

Quando Ilse Aichinger nella primavera del 1952 presentò la sua “Storia allo specchio” davanti al Gruppo ’47, non vi fu nessuna discussione, nessuna obiezione.